La meccanicità

scritto da Insideyou
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 18 ore fa • Revisionato 18 ore fa
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Nei pressi di Gragnano, seduto in meditazione, mentre la mente ti sorvolava ansiosa di abbracciarti e di stringerti per sempre.
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Testo: La meccanicità
di Insideyou

Il fremito del rivederti nuovamente è sollevare abilmente dal passato ogni volta una delle tue immagini piacevoli, per renderla viva nel presente con l’immaginazione dell’averti, dell’amarti e del possederti ancora. Ti sto vedendo allora veramente per come sei adesso, o sto risaltando me stesso usandoti con il movimento del desiderio manifestato dall’avidità?

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Era un grande giardino antistante la chiesetta rionale, rustico, molto curato e decorato nei dettagli, soprattutto da una grande fontana in cui al centro era rappresentato un mulino antico con diversi corsi d'acqua che l'attraversavano: quelle rovine erano la gloria dell'antichità di quel luogo. C'erano negli angoli anche delle panche comode, protette da cespugli meticolosamente attorcigliati ad arbusti di legno, che componevano una tettoia verdeggiante dalle ombre fresche, pacate e rilassanti; un anelato ristoro quando giungevano le ardenti calure estive.

Un anziano ulivo, con diversi rami mozzati, violato dai brutali raccolti degli umani, infestato dai rodilegno, dalle tignole e da tante mosche furibonde, arse dal desiderio incessante di accoppiarsi per procreare, guardava con l'austerità tollerante dei molti insulti subìti, la necropoli che si ergeva proprio tra quelle terre a ridosso della chiesetta, non molto distante dal traffico caotico della città, quello che caratterizzava lo sciame immane delle reiterate esistenze umane verso quella vasta distesa di tombe, templi, loculi e sacrari, soprattutto quelli che celebravano il ricordo della memoria dei pastai.

C'era un silenzio strano, che si aggirava misterioso ed antichissimo fra lo strofinio marcato del fogliame ad opera di un vento nervoso che si aggirava collerico tra le fronde danzanti di quei salici piangenti e tra le radici ignude ed essiccate di grossi tronchi decapitati, reputati troppo invadenti per gli ossari degli umani che reclamavano spazio e luce: esso si insinuava in quella costruita ma soffusa sacralità del luogo, venendo flemmaticamente interrotto dal vocio dei visitatori che piangevano il defunto, gareggiando poi tra loro per aggiudicarsi il premio per la sofferenza più elevata che provavano.

Che cos'è la meccanicità?
Che cosa alimenta la reiterazione passiva dell’abitudine, la ricerca del ricordo del piacere, del piacere del dolore e della sofferenza del ricordo?
Perché il ripetere apparentemente rende sicuri e stabili, mentre in realtà progressivamente isola e modella la crudeltà?
Disciplinare la meccanicità, reagire ad essa, combatterla in nome dell'originalità, sforzarsi di uscire dalla monotonia della ripetizione, non adduce forse ulteriore meccanicità?
Rendersi conto di essere meccanici e ripromettersi di non esserlo più, definendo il modo in cui comportarsi, non è una diversa meccanicità?
Giacere inermi dinnanzi al desiderio, facendosi direzionare dal piacere della sensazione, per godere dell’attimo ed incolparsi o giustificarsi subito dopo, non è meccanicità?
Guardare la girandola delle volizioni e scoprire che chi la mantiene e chi gli soffia contro è sempre il desiderare, non è sempre meccanicità?

Opporsi dunque alla meccanicità, non è ancora meccanicità?
Oppure ribellarsi ad essa sortisce l'effetto di rafforzarla e di rinnovarla sotto la forma della lotta, dello sforzo e del conflitto?

Attraversiamo innumerevoli vite, reiterando lo stesso schema, per tentare in ogni modo di raggiungere quelle acque profonde della quiete, del silenzio, dell’ordine supremo; uno stato in cui il passato non abbia più spazi, quell’eterna dimensione atemporale dell'ignoto ove vi sia piacere infinito, indicandolo con vari nomi, come ad esempio dio, l’aldilà, la creazione, l’universo, il paradiso, partendo sempre dal noto, che è ciò che esiste e che sappiamo. Quindi l’ignoto stesso diventa una proiezione, un ideale, un concetto ed una speranza del noto, denominata novità per fuggire dalla meccanicità.

Ma l'ignoto, deriva forse dal noto?
L’ignoto, esiste come il noto?
O l'ignoto è ciò che non è il noto?
L'ignoto, è quella parte non ancora svelata del noto?
E così, è il noto che cerca in tutti i modi di svelare e raggiungere l'ignoto, giusto?

Il noto, ovvero ciò che sappiamo, ciò che abbiamo misurato, descritto, indicato, qualificato, definito ed accumulato in quella che poi reagisce in noi stessi e che è la conoscenza che forma e che addensa la memoria, dirigendo il nostro condizionamento sotto la forma della coscienza di essere o di avere qualcosa. Noi stessi siamo noti, porzioni aggiunte alla memoria di esperienze in cui ci identifichiamo nel seguìto delle nostre vite per sottolinearci e darci quella identità che ci rassicuri e che ci renda stabili interiormente.

Ora, tutto il noto è misurabile, no?
Ma chi lo ha misurato?
Chi ha stabilito che il noto è questo o è quello?
Chi ha indicato l'ignoto come noto improntandolo nella memoria per poi poterlo riconoscere, adorare e raggiungere?
Il pensiero dell'uomo, no?
Quello è lo strumento utilizzato per sezionare, misurare l'ignoto e trasferirlo nei ricordi per persisterlo, desiderarlo ed agognarlo.
Se l’ignoto dunque è misurabile, confrontabile, qualificabile, analizzabile con teorie, assunti e conclusioni dal pensiero, non è forse limitato?

Ciò che è misurabile non è illimitato. Ciò che è misurabile non è infinito. Ciò che è misurabile, non è eterno. La misura può scomporre in parti solamente ciò che è già limitato. Se tutto questo è vero, come può il noto allora raggiungere ed accumulare l'interezza dell'ignoto?
Se l'ignoto fosse limitato, non sarebbe già noto?
Proprio perché non si possono conoscere i limiti dell'ignoto, si intende svelarlo per conoscerlo e possederlo. Ma l'entità che percepisce l'ignoto e lo misura, come lo fa? E perché lo fa? Il pensiero è in grado di percepire l’eternità, l’infinito, l’illimitato e l’incommensurabile?
Può immaginarlo, certamente, ma può cogliere l’interezza dell’immensità?
Perché ed implicitamente poi come, allora, dai suoi angusti confini tenta di raggiungere lo sconfinato?

Perché in realtà sa di non essere nulla, non è vero?
E non si illude osservando sempre e solo dalla sua limitatezza, piccolezza, grettezza, parzialità e linea temporale?
Come può il limite espandersi sino a ritrovarsi nell'illimitato?
Non è forse che l'uomo vede l'ignoto e lo descrive dal suo centro limitato ed angusto, come spazio, tempo e misura, restringendolo ed imprigionandolo nelle sue capacità cognitive?
Non è forse che fa tutto ciò per dare alla fine sempre e solo un senso a sé stesso, da quando si è separato da ciò che vede?
Quando qualifica l'ignoto dicendo di averlo esperito e raggiunto, non ha forse proiettato dal noto ciò che dovrebbe essere l'ignoto, altrimenti come fa a dire di averlo scoperto e poi di poter riconoscere ciò che ha visto confrontandolo con ciò che sa?
Può il finito quindi percepire l'infinito?
Può allora una parte essere l'intero?
Può una goccia d'acqua percepire e riconoscere l'oceano in cui è posta?

Essa ne fa parte, ma non è in grado assolutamente di vederne l'interezza. L'uomo vede limitatamente ciò che è il suo grado di visione, che deforma il visto in immagini limitate come spazio, tempo e contenuto simbolico per espandersi sempre più e cercare di essere l'interezza e questa, è l’essenza della sua meccanicità che lo ha intrappolato nel tempo ed imprigionato negli schemi reiteranti che ha chiamato tradizioni, religioni, scienze, società e culture. Non gli è rimasto altro dunque per essere o credere di essere qualcosa, ecco perché l’essere umano reitera, accumula e ricerca sempre e solamente il piacere, che è divenuto così lo schema ricorrente della meccanicità.

L'uomo ed il mondo attorno a sé che ha inventato, visto e notato per notarsi, è esterno all'ignoto o è incluso in esso, come un'isola lo è nel mare?
Che cosa accade allora al noto se la coscienza della memoria non si muove, non si misura, non si addensa, non si riconosce e non esiste più come la conosciamo?

La meccanicità testo di Insideyou
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